Barbablu e signora

maiale

Quando lo vidi, un venerdì sera alla scuola di tango, capii che poteva essere il tipo giusto. Il corso era organizzato da una separata con pochi soldi che voleva provare a guadagnare qualcosa utilizzando il suo appartamento e si faceva pubblicità con il passaparola e i social network. Io bazzico abitualmente questo tipo di locali: circoli di lettura, gruppi di pensionati single, scuole di ballo, tutti posti dove si incontrano uomini soli, ma vidi subito che quello era l’unico; oltre a noi, c’erano altri due allievi di sesso maschile trascinati lì dalla moglie e sei donne.
Il mio target sono uomini intorno ai cinquanta, scapoli, vedovi o divorziati, senza figli e con pochi parenti, soli insomma, e lui sembrava fare al caso mio. Dimostrava meno di cinquant’anni, non aveva la fede e capii che era in cerca di donne perché si teneva in forma, aveva folti capelli talmente neri da sembrare tinti e ostentava una rosa tatuata sul braccio. Mi erano chiari gli indizi perché anch’io controllo il peso, vado in palestra, mi tingo i capelli, mi trucco e spendo in vestiti: per avere successo in un’attività difficile come la mia, la bella presenza è indispensabile.
Di solito non ho problemi ad abbordare i soggetti interessanti, ma quel tipo era tosto. Dopo due o tre lezioni che gli ronzavo intorno e gli lanciavo occhiate complici, non ero ancora riuscita a farmi notare. La madama che gestiva la scuola di tango, alla quale chiesi informazioni, mi disse che era un frequentatore abituale, apparentemente più interessato a rimorchiare che ad imparare la danza; dall’inizio del corso aveva già preso all’amo due prede. La prima, a quanto pare, aveva smesso di frequentare il corso di tango e la seconda, che in quel momento, stava ballando languidamente con lui, era una scialbetta di quarant’anni circa, magrolina e dimessa, una concorrente del tutto trascurabile.
Per la lezione successiva mi feci le meches, rischiarando i capelli color castano rossiccio Foglia d’acero, comprai un vestito nero con la gonna a mezza ruota bordato di rosso e scarpe con il tacco a spillo, atrocemente scomode. Niente da fare: rimase incollato alla quarantenne con la faccia da topo e mi dedicò appena uno sguardo di sfuggita. Venni a sapere dalla padrona di casa che la scialba era un’insegnante di lettere emigrata dal sud, che viveva da sola, evidentemente in cerca di un compagno. Tale situazione si protrasse inalterata per altre tre lezioni, dopodiché, all’improvviso, entrambi scomparvero e non si fecero più vedere per alcune settimane. La mia supposizione, corroborata dall’insegnante, fu che si fossero messi insieme e che pertanto non avessero più alcun interesse a frequentare la scuola. Siccome non c’era un altro candidato papabile, non mi restava che abbandonare il corso di tango, ma prima volli concedermi un’ultima possibilità e si vede che era destino, perché il bruno, che si presentò come Fausto, quella sera era solo, senza la prof con la faccia da topo, e mi invitò a ballare, sebbene non avessi il vestito da tango né i tacchi a spillo. Ci intendemmo subito, o meglio, capii subito che ci stava provando: elogiò il mio nome, i capelli, la mia abilità nel ballo, insomma, disse e fece tutte le cose ovvie che ha in repertorio un uomo in fase di corteggiamento ed io ostentai quel pizzico di finta indifferenza sufficiente a rendere la caccia più interessante.
Ballammo tutta la sera e la volta seguente, come da copione, lui mi invitò a cena fuori. Quando gli chiesi che fine avesse fatto la prof con la faccia da topo, per accertarmi che non ci fosse una compagna a vigilare nelle retrovie, la sua risposta mi convinse: dichiarò che erano usciti insieme per un po’, ma la cosa non aveva funzionato e, quando avevano deciso di troncare la relazione, lei aveva rinunciato a frequentare la scuola di tango.
La trattoria era dalle parti di Sciolze, sperduta nella campagna, pochi tavoli nel cortile di una vecchia casa colonica, sotto un pergolato in una nuvola di zanzare, e confesso che fui sollevata quando finimmo il bunet e il caffè e venne ora di pagare il conto. L’atmosfera tra noi si era andata surriscaldando con il susseguirsi delle portate per cui mi aspettavo, una volta tornati alla macchina, che ritornasse in città e mi invitasse a casa sua, invece imboccò una strada secondaria tra i campi. I finestrini erano abbassati, i grilli cantavano a squarciagola e c’era odore d’erba appena tagliata, ma non andavo in camporella dai tempi del liceo e non ero disposta, alla mia età, a fare sesso in macchina o su un prato. Stavo preparando tra me un rifiuto che mi evitasse l’inconveniente senza scoraggiare incontri futuri, quando imboccammo un sentiero in mezzo ai cespugli e, dopo pochi minuti, raggiungemmo una vecchia cascina circondata da alberi da frutta, illuminata dalla luna piena.
Fausto mi spiegò che aveva ereditato la cascina dai suoi genitori e ci andava il pomeriggio, dopo l’orario di lavoro alle poste, per curare i maiali. Arricciai il naso quando parlò di maiali, ma lui si mise a ridere e disse che non avevo idea di che risorsa fossero quegli animali tanto sottovalutati: gli bastava nutrirli e pulire ogni tanto il porcile per avere a disposizione una miniera d’oro. La carne del suo allevamento era pregiata e andava a ruba tra i macellai e i produttori di salumi della zona. Questione di razza, mi spiegò, e naturalmente, di cibo. Infatti il tipo di mangime che dava in pasto ai suoi animali era al cento per cento naturale e di qualità superiore.
Accettai di visitare la cascina. Accanto all’edificio principale c’era il recinto dei maiali, che però, a quell’ora, si erano ritirati a dormire. Quando vidi l’interno della casa, vecchio e malandato come l’esterno, arredato con mobili sgangherati e tende sbrindellate, fui certa che quella sera non avrei combinato nulla: era improbabile che tenesse il malloppo, ammesso che ne avesse uno, in quella topaia; sicuramente i soldi, o i gioielli di sua madre o qualunque oggetto prezioso in suo possesso erano nell’alloggio di Torino, o in una cassetta di sicurezza in banca, ma ormai ero in ballo, e tanto valeva tentare.
Così seguii la strategia abituale: mentre era distratto, versai nel suo vino una dose di sonnifero e, quando si addormentò sul divano, iniziai il mio giro esplorativo. Al pianterreno c’era un tavolo con un cassetto pieno di posate, mestoli e schiumarole di stagno, una credenza con i vetri scorrevoli degli anni ’50, con piatti, tazze e pentole, una madia della nonna ricolma di vecchi libri, giornali e scatole da scarpe piene di cartoline. Nella cucina una stufa, un grande lavello e un tavolo con il ripiano di marmo. Al piano di sopra due camere da letto, ma negli armadi c’erano soltanto vestiti anteguerra che puzzavano di naftalina e nei cassetti biancheria consumata e ammuffita. Nemmeno un vecchio orologio da taschino o una catenina d’oro.
Ridiscesa al pianterreno, mi fermai ad osservare una porta chiusa a chiave: ripostiglio? Cantina? Presi dalla borsa il mio mazzo di chiavi magiche e ne provai una. Poi un’altra. Funzionò. Accesi la luce e mi trovai in una specie di laboratorio, o mattatoio, con un grande tavolo col ripiano di metallo proprio sotto il grande lampadario rotondo. Era circondato di canaletti per lo scolo dei liquidi, come un tavolo operatorio. Accanto, su un piano d’appoggio, c’erano gli attrezzi: un’accetta, un paio di grossi coltelli, una sega e un tritacarne da macellaio. Appoggiati alle pareti, due grandi congelatori, un frigorifero da ristorante e una carriola, accanto, una quantità di sacchi di mangime ammonticchiati sul pavimento.
Pensai che Fausto macellasse personalmente alcuni dei suoi maiali, lavorasse le carni e le conservasse nel frigorifero: probabilmente, dentro avrei trovato una scorta di prosciutti, sanguinacci e soppressate. Quando lo aprii, lo sportello fece uno schiocco che rimbombò nel silenzio. PLOP. I piani all’interno erano stati tolti e l’intero vano era occupato da un grosso sacco di plastica trasparente, ricolmo e legato in cima con uno spago. Ci misi un po’ a focalizzare quello che stavo vedendo: non salumi, o parti di maiale, ma pezzi di corpi umani tagliati e ammucchiati alla rinfusa nel sacco. Distinsi senza ombra di dubbio una mano femminile, con le unghie smaltate di rosso, una mandibola con i denti, una parte di cranio con i capelli, un piede con le unghie dipinte dello stesso colore delle mani. Richiusi lo sportello con cautela e andai a sollevare il coperchio di uno dei congelatori: altri sacchetti trasparenti, colmi di carne tritata. Dalla plastica coperta di brina un occhio con l’iride castana mi fissò accusatore. I sacchi nel congelatore di fianco contenevano un miscuglio di carne tritata miscelata al mangime, che formava un amalgama in parte rossastra e in parte biancastra, punteggiata qua e là di detriti scuri, di schegge d’ossa e residui capelli: il pastone pronto per essere servito ai maiali.
Capii dov’erano finite la scialba e quella prima di lei, che frequentava la scuola di tango, e chissà quante altre prima di loro, e che fine avrei fatto io, se non avessi accettato l’invito di Fausto avendo una mia missione da compiere. Tornai circospetta in soggiorno e controllai che il mostro fosse ancora sotto l’effetto del sonnifero. Dormiva pacifico come un neonato, russando piano. Avrei potuto facilmente sfilargli le chiavi della macchina dalla tasca della giacca, filarmela e denunciarlo alla polizia, ma ero attratta da quella che mi sembrava una sorta di giustizia poetica. Credevo nel principio biblico, mai calzante come in questo caso, di “occhio per occhio e dente per dente”.
Limitando al minimo il rumore, trascinai la carriola accanto al divano, vi feci rotolare il corpo di Fausto placidamente addormentato e lo spinsi, molto lentamente, fino al recinto dei porci. Non si svegliò neppure quando lo scaricai sul terreno coperto di paglia sminuzzata e di escrementi suini. Forse avevo un po’ esagerato con la dose di sonnifero.
Lentamente, grugnendo piano, le bestie iniziarono ad uscire dai loro alloggiamenti e a circondare il loro padrone. Quattro, cinque, dieci, una montagna di corpi grassi e rosei che lo nascosero alla mia vista, sospingendosi, accavallandosi e grufolando rumorosi e convulsi. Il loro grugnire fu sovrastato, ad un certo punto, da un urlo di terrore e dolore. Alla luce fioca della lampada da giardino vedevo le gambe di Fausto scalciare, sotto il cumulo di assalitori suini sempre più frenetici. Quando tra i grugniti e lo scalpiccio umido degli zoccoli distinsi il gorgoglio di un’invocazione di aiuto non resistetti più e me ne andai, perché quella scena era troppo persino per me.
Aprii la Punto con la chiave a pulsante, la misi in moto e tornai in città.

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