La casa in campagna

casa in campagna
“Mi ripeti il tuo nome?” dice il dottore.
“Marietta Farina”.
Il dottore guarda l’incartamento e mi fissa.
“Sui tuoi documenti c’è scritto Giuliana Fossati”.
“Sì, Giuliana Fossati, in questa vita. Nell’altra ero Marietta Farina”.
So che il dottore non mi crede, tutti mi credono pazza, persino Gualtiero, e naturalmente anche i poliziotti. Per questo ora mi trovo internata in questa cosiddetta casa di cura. Eppure ho spiegato, ho raccontato ogni cosa in dettaglio.
Vittorio Montaldo aveva ottantatrè anni, quando l’ho ucciso, un paio di settimane fa e ne aveva ventitré quando ha stuprato e ucciso me, all’età di sei anni, nella mia vita precedente. E’ lo stesso uomo, soltanto invecchiato. Lo stesso stupratore di bambine. “Signora… mi dica il nome di sua figlia”.
“Doriana”.
Lo odio, questo imbecille che mi tratta come se fossi fuori di testa, come se non ricordassi che ho una figlia che si chiama Doriana, o un marito che si chiama Gualtiero, o come non sapessi che, in questa vita il mio nome è Marietta Farina… no, Giuliana Fossati.
Il mio avvocato mi ha mostrato le foto che sono conservate nel fascicolo, quello della sparizione di Marietta Farina, di anni 6, il 20 agosto 1952. Nella foto la casa è la stessa, ma con la facciata pulita e tinta di giallo, mentre adesso è grigiastra e quasi completamente coperta dall’edera. Gli alberi nel giardino e sul retro sono più bassi, alcuni nemmeno ci sono e le aiuole davanti alla casa sono curate. Dalie, zinnie, rose, salvia splendida. Si vedono tendine bianche alle finestre, con un festone di lato e la cuccia di un cane accanto alla porta d’ingresso. Me lo ricordo, quel cane, si chiamava Nerone, un meticcio tutto nero dal pelo rasato.
Marietta, invece, non mi assomiglia per nulla. Io ho i capelli castani, sono alta e robusta, ho gli occhi verdi, mentre la mia foto di allora è di una bimba magrolina, graziosa, con una testa di ricci bruni. Marietta Farina è scomparsa e non è mai stata ritrovata. Io ho detto al PM, quella donna arcigna che porta i capelli raccolti in una crocchia stretta in cima alla testa, dove mi ha portata Montaldo dopo avermi violentata, ho indicato il punto preciso, in riva al torrente, dove mi ha trascinata e poi mi ha schiacciato la testa con un sasso, colpendo più volte, ma non hanno voluto scavare.
“Come ha conosciuto il Montaldo?” continuavano a chiedermi.
Quando, in questa vita o nell’altra? Nell’altra era un ragazzo di vent’anni, che mi aspettava sulla strada del ritorno da scuola, per aprirsi la patta e mostrarmi un salsicciotto di carne. Io non osavo dire nulla, per paura che la mamma mi sgridasse e mio padre mi prendesse a ceffoni. Sentivo per istinto che quella cosa non era da fare, e me ne vergognavo, come se la colpa fosse mia. Così il Montaldo non mi mollava e alla fine, quella mattina di agosto, mi ha aspettata vicino alla cappella diroccata, diventata un riparo per vagabondi e coppie in cerca di solitudine. Mi ha trascinata lì dentro e mi ha buttata a terra, tra le cartacce e gli escrementi, mi è salito addosso con la sua puzza rivoltante di sudore e di vino, mi ha aperto le gambe, mi ha messo un fazzoletto sporco in bocca perché non gridassi e mi ha infilato dentro quel suo salsicciotto schifoso, scorticandomi tutta. Poi mi ha trascinata, come un sacco di patate, fino al torrente e lì mi ha finita col sasso.
E ho raccontato anche gli avvenimenti recenti, di quando Gualtiero ed io cercavamo la casa e abbiamo trovato questa, che negli anni ’50 apparteneva ai Farina.
Quando l’ho visto per la prima volta ho avuto l’impressione di averla già vista. Mi chiamava: un po’ mi attirava e un po’ mi faceva paura. Gualtiero dice che la colpa di tutto il casino che è successo è di quella casa troppo isolata, che mi ha fatta ammalare di depressione. E in verità sì, non era per niente allegro vivere in quella casa per settimane da sola con Doriana, mentre lui girava il nord Italia a vendere macchine per il caffè. Mi annoiavo, mi mancava la città, le amiche, mia madre, ma non ero depressa. Forse un po’, certe volte.
E poi cominciarono le visioni. Lo so, parlare di visioni è come dire che si sentono le voci. Subito tutti pensano, ecco, questa è fuori di testa. Eppure di lì ho incominciato a capire che in quella casa c’ero già stata, perché, improvvisamente, mi comparivano davanti le stanze com’erano ai tempi di Marietta Farina. All’inizio me la sono fatta sotto dalla paura. Ero in cucina ed ecco che tutto intorno a me è cambiato: invece dei componibili gialli c’era una credenza di legno con le antine di vetro scorrevoli, al posto del tavolo di plastica ce n’era uno con il piano di marmo, sparita la lavastoviglie, c’era un frigorifero mastodontico con la porta panciuta. E una donna, di fronte a me, che stendeva la pasta sul piano di marmo. Tutto reale come se fosse lì in quel momento. Ho chiuso gli occhi, li ho sfregati, timorosa di aprirli, ma dopo, tutto era tornato normale.
Un’altra volta è successo in camera da letto. Via l’armadione a parete, il comò antico, c’erano mobili di modernariato, anni ’40, di legno lucido, tendoni di pizzo. E vedevo tutto da un’altezza sfalsata, come se fossi rimpicciolita e sentivo un odore stucchevole di profumo scadente. Non c’è niente come il profumo che riporta indietro nel tempo. L’avevo sentito addosso alla donna che stendeva la pasta in cucina.
Gualtiero, che si preoccupava per il mio isolamento e la mia vita troppo vuota, mi propose di traslocare e tornare in città, ma ormai la casa mi aveva risucchiata, le appartenevo come un pezzo di muro, non me ne potevo staccare.
Forse è per questo che lei mi ha premiata con i “ricordi”. Sì, perché dopo il periodo delle “visioni” è incominciato quello dei “ricordi”. Non di colpo, non tutti e non subito, ma a poco a poco, una dopo l’altra, ho ricordato tutte le stanze. Tutta la casa. E poi mia madre. E mio padre. E Nerone. Non con la mente di donna che ho adesso, ma di bambina.
Marietta Farina. Il mio nome mi ha colpita in fronte come una bacchettata. Ho sentito la voce della maestra chiamarmi ad alta voce, in classe. Una classe con i banchi di legno un po’ segnati dai coltellini, con i buchi per i calamai. Prima elementare. La mia cartella era di cuoio marrone, si allacciava con una fibbia e aveva sul davanti due tasche a soffietto, con la chiusura a scatto. Ero molto orgogliosa di quella cartella. Avevo anche un portapenne con la cerniera, che odorava di grafite. Non lo confondo con quello che avevo alle elementari come Giuliana Fossati: quello di Marietta era rosso tinta unita, mentre quello di Giuliana aveva sopra la faccia di Topo Gigio. Non che ne abbia avuto uno solo, Giuliana, ma Marietta sì. Lei si è fermata alla prima elementare.
Ricordavo man mano che vedevo. In primavera Gualtiero ha preso un cane, con grande gioia di Doriana. Un cucciolo di labrador, beige chiaro. Quando la bambina era a scuola lo portavo a camminare nei prati e così ho scoperto la cascina di Vittorio Montaldo.
O meglio, l’ho riscoperta. Appena l’ho vista mi è tornata in mente: lo stesso muro di cinta di pietre, lo stesso fosso infestato di rovi, il cancello di ferro dipinto di verde, più arrugginito di allora, il pergolato di vite, gli alberi da frutta. La cascina Montaldo. Ci passavo davanti per andare a scuola. Andavo e tornavo a piedi, a quei tempi si faceva, non c’erano le macchine, o ce n’erano poche, e i miei lavoravano. Vittorio mi aspettava per strada e sbandierava l’uccello. Non l’ho mai detto a nessuno.
Chissà se ci sono ancora le mie ossa, da qualche parte in riva al torrente, o se Montaldo mi ha portata ancora più lontano, magari in un campo con il carretto, che c’è la terra più soffice.
E poi l’ho visto. Aveva l’odore. Quell’odore schifoso di sudore e di persona non lavata, di vino rancido e le stesse brache di fustagno, il gilet di cuoio sdrucito. Certo, non erano gli stessi di allora, ma uguali. E il cappello, unto, con la tesa calata sugli occhi. E i baffi. Gialli, folti, sporgenti, allora biondi e adesso di un bianco ingiallito. E gli occhi. Un tempo chiari e brillanti, adesso appannati e cisposi, ma lo sguardo, lo sguardo era quello. L’avrei riconosciuto tra mille, quello sguardo viscido che mi strisciava addosso come una lumaca dopo la pioggia. Ma non su di me. Fosse stato solo su di me. Strisciava addosso a Doriana, la bagnava e la insozzava come uno straccio putrido. Era lì, sul sellino della sua bicicletta, un piede nella scarpa scalcagnata appoggiato a terra e l’altro sul pedale, un cesto di patate appeso al manubrio, che guardava Doriana.
Mi è salito il sangue alla testa. Le ho afferrato la mano e l’ho tirata via di corsa, con il cane che ci correva davanti tutto contento. E lei: “Mamma, perché corri, che ti ha preso?”
Lo so io che mi ha preso. L’ho portata a casa, ho sprangato la porta. La mattina dopo l’ho accompagnata a scuola e mi sono fermata in macchina davanti alla cascina, ad aspettarlo.
Ero proprio di fronte al cancello, e infatti verso mezzogiorno è uscito, a piedi. Mi ha guardata, ha guardato la macchina. E’ rimasto lì, fermo, di sicuro chiedendosi che cosa volessi.
Ho ingranato la marcia indietro e poi subito la prima e gli sono andata addosso, l’ho schiacciato contro il cancello, che ha ceduto ed è crollato a terra e allora gli sono montata sopra, e poi marcia indietro e di nuovo la prima, marcia indietro e di nuovo la prima, rumore di carne e ossa schiacciate, l’auto sobbalzava sul corpo sempre più maciullato, sempre più molle e liquido. Ciac ciac ciac. Sic transit Vittorio Montaldo.
Stupratore e assassino di bambine. Chissà quante bambine, ma non la mia Doriana. Eppure non mi hanno creduta. Nemmeno il dottore mi crede, questo psichiatra quasi senza capelli, che continua a chiedermi che cosa ricordo della mia infanzia. Quale infanzia? Rispondo.
E c’è quell’infermiera con i capelli bianchi che mi porta le medicine, me le lascia sul comodino. Quando volta le spalle le butto nel water, perchè non sono pazza e non ho bisogno di medicine. Lei, piuttosto, che ci fa un’infermiera così vecchia in un manicomio? E’ strano, mi pare di averla già vista….

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