My bleeding heart

bleeding heart

“E’ stato quel maledetto ragazzo, sono sicura”
“Si spieghi meglio, signora. Ha un sospetto preciso? Di chi si tratta?”
“Quel giostraio del parco. Venga, le faccio vedere. Laggiù, oltre il corso, c’è il parco con la zona giochi per i bimbi, le altalene e la giostra, che adesso è chiusa. Il pomeriggio funziona, però, e Gessica portava lì il figlio dei Miretti, i nostri vicini di pianerottolo. L’ha conosciuto lì, il maledetto zingaro: è quello che vende i biglietti e poi li raccoglie mentre la giostra gira. Io lo conosco solo di vista: è alto e magro, capelli neri lunghi, sempre negli occhi. Occhi da assassino e da ladro, che ti bucano da parte a parte. Non gli ho mai parlato, ma sono passata sovente davanti alla giostra, quando ho scoperto che Gessica aveva un debole per quello lì”.
“Come l’ha scoperto?”
“Gessica ha preso l’abitudine di andare al parco continuamente, con o senza il bambino. Faceva la baby sitter, per guadagnare qualcosa. Sa, mio marito se n’è andato che lei era ancora piccola e ci passa quattro soldi per legge, io faccio la cassiera al Carrefour e siamo sempre a corto di contanti… oh, mio Dio! Parlo come se Gessica ancora ci fosse, e invece lei non c’è più… sembra un incubo…”
“Signora, se non se la sente, possiamo continuare un’altra volta. Mi rendo conto del suo stato d’animo, il fatto è recente, non voglio impormi…”
“No, no, ispettore. E’ ispettore, o sbaglio? No, voglio parlare perchè lo prendiate e lo teniate in galera per tutta la vita, e peccato che non c’è la pena di morte in Italia! Avevo il cuore in gola da quando ho capito che si frequentavano. La controllavo dalla finestra e la vedeva andare alla giostra e fermarsi per ore, a parlare con quello. L’ho sgridata, le ho proibito di uscire, ma sono sicura che andava lo stesso, quando non c’ero. Era chiaro che aveva una cotta: a sedici anni una ragazza non riesce a nasconderlo. Aveva sempre un’aria svagata, si chiudeva in camera per parlare al telefono… ”
“Per che motivo, di preciso, è convinta che sia stato quel ragazzo ad uccidere Gessica?”
“I gioielli. Gliel’ho detto, no, a lei o a un suo collega, che han rubato i gioielli? Lo zingaro ha preso i gioielli e ha ucciso Gessica perché non potesse parlare. Erano tutti in un cofanetto nel primo cassetto del comò, in camera da letto. Lo so che avrei dovuto nasconderli meglio, o metterli in banca, in una cassetta di sicurezza, ma chi li ha, i soldi? C’erano i miei e quelli di mia madre, il mio brillante di fidanzamento, una collana e gli orecchini di perle, un orologio d’oro, ma avete la lista…”
“Dunque, lei pensa che il soggetto, quel giostraio, sia entrato in casa invitato da sua figlia e…”
“Oh, no, no no no, per carità! Che cosa va a pensare? Gessica non era così: sarà stata sciocchina a prendersi una cotta per una ligera, noi li chiamiamo così i cattivi soggetti, ma era ancora una bambina, sono sicura che non ci andava a letto, non l’ha fatto venire in casa lei. Dev’essersi fatto aprire di forza, l’ha ammazzata e poi ha arraffato i gioielli”.
“Sua figlia, di solito, era sola in casa di pomeriggio?”
“Sì, quand’ero di turno al Carrefour. Lei usciva di scuola alle due, mangiava quello che le avevo lasciato e si metteva a fare i compiti, povera stella”.
“Se il furto dei gioielli è il movente del furto, potrebbe essere stato chiunque a suonare alla porta e, in seguito, averla aggredita”.
“Ma no, lei non avrebbe aperto a nessuno! Gliel’ho ficcato in testa a martellate che non doveva aprire la porta se non ero in casa. Perciò sono sicura: quel bastardo, che lei conosceva e stravedeva per lui, l’ha fatto entrare”.

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“Si accomodi, ispettore, posso offrirle un caffè? Abbiamo la macchinetta, qui in sala professori. Sarei felice di aiutarla a trovare il delinquente che ha ucciso la povera Gessica, ma non so davvero nulla, temo, che possa esserle utile”.
“Sto cercando di farmi un’idea della ragazza, di com’era, di chi frequentava, per capire meglio il suo carattere e l’eventuale movente dell’assassino”.
“Credevo si trattasse di una rapina. I giornali e la TV parlano di un furto di gioielli ed è stato interrogato un ragazzo, un albanese, sospettato del furto”.
“Si tratta soltanto di un sospetto, non suffragato da prove. I media fanno presto a condannare il primo che capita a tiro”.
“Specialmente se è uno straniero”.
“Lei è l’insegnante d’inglese, mi pare”.
“Sì, insegno inglese e ho diverse classi in questo istituto. Gessica non era tra le mie alunne migliori, ma era di buon carattere e non disturbava durante le lezioni”.
“Potrebbe essere più specifica nel descriverla?”
“Oh, Dio, lei mi mette in imbarazzo. Per quel che ho potuto conoscerla, e quindi valutare il suo carattere, era una ragazzetta di media intelligenza, molto comune, del tipo che segue le telenovelas e i gruppi di cantanti in voga tra gli adolescenti, non portata per le letture o qualunque tipo di impegno intellettuale, desiderosa di fare gruppo con le ragazze più in vista e di essere notata dai ragazzi più… si dice ancora carini? Un tipo molto normale, ed è orribile che abbia fatto una fine così poco normale…”
“Mi risulta che fosse molto amica di Sonia Panero, la sua compagna di banco. Aveva altri amici, che lei sappia?”
“Come le ripeto, seguo diverse classi e non sono molto al corrente delle amicizie e delle abitudini dei miei alunni. Forse è più informata la mia collega di lettere… c’era un ragazzo che l’aiutava molto con l’inglese e, mi pare, anche in matematica. Alberto Frigerio. Un ragazzo in gamba, al top in tutte le materie”.
“Un tipo carino?”
“Non proprio. Molto bravo, però”.

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“Non ci posso credere, che l’hanno ammazzata, la Gessica. Ma è stato proprio lui, Jacko? L’ho visto ieri sera in televisione”.
“Non sappiamo ancora: l’abbiamo interrogato perché conosceva Gessica. Tu eri la sua migliore amica, a quanto mi dicono: ti aveva parlato di lui?”.
“Di chi? Del Jacko? Veramente…”
“Sonia, capisco che tu non voglia tradire le confidenze della tua amica, e lo apprezzo, ma Gessica ormai non c’è più, è morta in maniera tragica, e la cosa più importante è trovare e punire il colpevole, non sei d’accordo?”
“Mi scusi, commissario, mi viene da piangere… non riesco a crederci… andavo spesso a studiare da lei, di pomeriggio, o qualche volta lei veniva da me, ma più spesso stavamo da lei, perché sua madre lavora e non rompe le… scusi, non volevo dire… insomma, a casa sua potevamo studiare, ma anche ascoltare le canzoni, o vedere la TV, mangiare schifezze, come dice mia madre, che sclera se mi trova in cartella una busta di patatine o di nachos… eravamo più libere. Qualche volta l’ho accompagnata al parco con quel bambino dei suoi vicini, sì, ho conosciuto Jacko, e sapevo che a Gessica piaceva. Era un bel tipo”.
“Ti risulta che andasse a casa sua?”
“Chi? Il Jacko? Non saprei…”
“E’ importante sapere se frequentava la casa, perché la signora Miglietti mi ha detto che aveva proibito a Gessica di aprire la porta ad estranei”.
“Ecco… a dire la verità… non lo so”.
“E oltre a te, che tu sappia, altri compagni o compagne andavano da lei a studiare?”
“L’Albe… Alberto”.
“Alberto Frigerio, quello bravo in inglese e matematica?”.
“No, l’Albe è proprio bravo in tutte le materie, un vero secchione. Ma è un veirdo”.
“Che cosa intendi per veirdo?”
“E’ un modo di dire per uno strano, un secchione che parla poco e sta per conto suo. La Gessica era l’unica che gli dava corda, perché aveva bisogno di lui per inglese e matematica. Mi spiace dirlo, perché era mia amica, ma la Gessica andava male in tutte le materie. Mia madre mi faceva le piste perché anch’io prendo voti bassi e non le andava che studiassi con una più scarsa di me. Adesso avrà smesso di rompere”.
“E oltre a te e Alberto Frigerio, aveva altri amici?”
“La Gessica era amica di tutti, rideva e scherzava sempre, era allegra, ma proprio amica amica ero io. L’Albe le serviva per aiutarla a studiare, per suggerirle durante le verifiche, ma dietro lo prendeva in giro. Con me, quando voltava le spalle, gli faceva il verso del tacchino, sa, incurvava le spalle e spingeva il collo avanti e indietro, come il tacchino, almeno credo, perché non ho mai visto un tacchino vivo. Forse più come quel pollo dei cartoni… insomma, ha capito. Lui è alto e magro, con gli occhiali, un po’ curvo, e cammina proprio così, mandando avanti e indietro la testa attaccata a quel collo sottile e bitorzoluto. Che schifo!”
“Invece, Jacko…”
“Oh, lui è proprio uno giusto, anche a me sarebbe piaciuto, e se non fosse che era il ragazzo della mia amica…”
“Quindi era il suo ragazzo”.
“Eh, sì, era il suo ragazzo eccome, e lei era proprio stracotta”.
“Si vedevano soltanto al parco?”
“Beh… avevo stragiurato di non dirlo, ma ormai… lui andava a casa sua, quando chiudeva la giostra e la madre di Gessica era di turno al Carrefour, qualche volta fino alle nove. Oh, sì, signor commissario, l’aveva fatto con lui, e mi ha raccontato tutti i particolari…”
“Va bene, non importa. Dunque, Jacko andava a casa di Gessica quando non c’era sua madre”.
“Eh, sì”.
“E quanto è durata la storia?”
“Almeno due mesi. Sì, adesso siamo a giugno e hanno incominciato ad aprile… sì, già prima lo vedeva quando portava il bambino alla giostra, si parlavano, ma la storia è incominciata ad aprile”.

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Sergio Rivetti interrompe la registrazione e si versa un dito di whisky. E’ la sua notte di meditazione. Prima di chiudere un caso, ha l’abitudine di riascoltare con attenzione tutte le deposizioni dei testimoni, anche più di una volta, nella quiete e nel silenzio del suo appartamento, per captare una parola, una frase o un tono di voce capace di toccare una corda da qualche parte, nella sua mente conscia o nell’inconscio e di fare affiorare un dubbio anche remoto a proposito delle conclusioni raggiunte. Un’idea se l’è fatta, è praticamente certo, ma non sarebbe la prima volta che gli capita di rimettere in discussione ogni cosa dopo una seduta come questa. Inghiotte un sorso di whisky e clicca sul file per continuare.

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“E’ terribile, ispettore. Non riesco a darmi pace”.
“Conoscevi bene Gessica?”
“Le davo una mano in inglese e matematica. Erano le materie in cui zoppicava di più”.
“Ho saputo che sei molto bravo”.
“Ho facilità nello studio e per questo motivo gli insegnanti mi spingono a farmi carico delle difficoltà dei miei compagni. A fare lavoro di squadra, dicono loro”.
“E tu lo fai volentieri?”
“Beh… se devo essere sincero… i miei compagni si accorgono di me soltanto durante le prove scritte in classe, altrimenti mi lasciano abbastanza tranquillo, se capisce quello che voglio dire”.
“Da sempre i primi della classe non sono molto ben visti dagli altri, forse per invidia…”
“Sarà come dice, ma a volte è una magra consolazione”.
“Gessica invece…”
“Gessica aveva serie difficoltà, soprattutto in inglese e matematica, come le ho già detto, e mi ha chiesto se potevo aiutarla a prepararsi per le verifiche, dato che sua madre non aveva i soldi per le lezioni private. Io le ho detto di sì”.
“Quindi andavi da lei a darle lezioni private”.
“Se così si può dire. Io sono solo uno studente del suo corso, e dare lezioni mi sembra una parola grossa, comunque la aiutavo”.
“Avevi dei giorni fissi, in cui andavi da lei, o ci andavi quando capitava?”
“Ci andavo un paio di volte la settimana, di solito il martedì e il giovedì, cioè i giorni in cui dovevamo preparare quelle materie”.
“Questo da quanto tempo?”
“Da gennaio, dopo la consegna delle pagelle, quando Gessica si è resa conto di essere insufficiente in quattro materie, e gravemente insufficiente in inglese e matematica”.
“Quindi avrai conosciuto Jacko, il suo ragazzo, l’avrai visto girare per casa…”
“Chi dice che era il suo ragazzo?”
“Soprattutto Sonia Panero”.
“Quella pettegola. Se fossi in lei non darei troppo peso a quello che dice”.
“Che motivo avrebbe di mentire? Quando le ho parlato, mi è sembrata molto sicura che si frequentassero assiduamente”.
“Non mi stupisce: a Sonia piace fingere di essere sempre al corrente di tutto più degli altri, e se non ci sono cose da sapere è disposta persino a inventarle, perciò non le dia troppo peso. Può darsi che Gessica abbia parlato con quel Jacko quando andava al parco con il bambino dei vicini, ma non più di tanto”.
“Quindi, secondo te, non era il suo ragazzo?”
“Per quanto ne so, no”.
“Gessica si confidava con te?”
“Capisco che cosa intende, che potrei non essere al corrente perché Gessica non si apriva con me. E’ vero: avevamo un rapporto da compagni di scuola, più che da amici, nel senso che, quando andavo da lei, si studiava, cercavo di spiegarle le materie meglio che potevo, e nulla di più, ma, naturalmente, ogni tanto si parlava d’altro, di cose più personali, e non ho mai avuto l’impressione che avesse un ragazzo, Jacko o un altro. Ma non lo so di sicuro”.
“Quindi non lo puoi escludere”.
“No, se la mette così, non lo posso escludere. Perché? E’ lui il sospettato?”
“Ancora non lo sappiamo. Cerchiamo di capire, parlando con le persone più vicine a Gessica, che rapporto avesse con lui”.
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“Sì, è proprio la mia collana! Dove l’avete trovata? A casa di quell’assassino?”
“No, signora, l’ha vista un uomo che faceva jogging in riva al fiume, impigliata in una grata. L’ha raccolta prima che la portasse via la corrente e l’ha portata al più vicino comando dei vigili urbani. E’ sicura che sia la sua?”
“Lo posso giurare. Vede il fermaglio, d’oro bianco a forma di fiocco, con i brillantini e un piccolo smeraldo nel mezzo: è prezioso, e le perle sono vere. E’ il regalo di nozze di mia madre da parte dei suoceri, che erano gente che stava bene. Peccato che sia andato poi tutto in malora. Sì, sì, è proprio la mia. Ma perché era nel fiume?”
“Non lo so. Il ladro potrebbe averla persa, o l’ha persa chi l’ha comprata, o chi l’ha rubata l’ha buttata nel fiume…”
“Ma che senso ha, ammazzare una persona per rubare dei gioielli e poi buttarli nel fiume?”
“Questo non lo so. Ha ragione, non ha senso. Probabilmente l’ha persa e, chissà come, è finita lì”.
“E degli altri… non si sa nulla?”
“Nulla, per ora, ma stiamo scandagliando il fiume. Potremmo trovare qualcos’altro”.
“Speriamo. Ma lui, quel bastardo, non dice niente?”
“Continua a dire che non ne sa nulla, che non è stato lui, né a rubare i gioielli né a uccidere Gessica”.
“Brutto figlio di puttana. Per forza che è stato lui: Gessica non avrebbe fatto entrare in casa un estraneo, sono sicura. Almeno gli avete fatto ammettere che insidiava una minorenne? Perché mia figlia aveva sedici anni e lui di sicuro più di venti, quel pervertito”.
“Alberto Frigerio, il ragazzo che veniva a darle lezioni di inglese e matematica, è convinto che Gessica non frequentasse nessuno”.
“L’Albe, povera stella, che ne sapeva? Quello sì, è un bravo ragazzo, che non mette malizia e se solo mia figlia fosse stata un goccio più furba avrebbe scelto lui, invece di quello zingaro ladro e assassino schifoso. Ma le ragazze sono sceme, e quando si cresce e si diventa furbe è ormai troppo tardi, siamo già state fregate. Secondo me l’Albe stravedeva per Gessica. Basta vedere quanto tempo perdeva per farle entrare le materie in quelle testaccia dura. E poi le faceva i disegni”.
“Che disegni?”
“Guardi, se vuole glieli faccio vedere. Vado a prenderli”.
“………….”
“………….”
“Ma questo che cos’è? Le figure sono dipinte con gli acquerelli, mi sembra, ma sopra ci incolla dei frammenti di oggetti, fibre, fili d’erba, schegge di vetro…”
“Sì, è proprio un artista, non trova anche lei? Guardi, li dipingeva e poi aggiungeva un titolo, una scritta in inglese, perché le rimanesse più impressa, era un modo per aiutarla, non è carino? Io però non capisco l’inglese; questo qui, gliel’ha dato in aprile, vede, ci sono gli alberi fioriti, i prati, ci ha appiccicato dei fili d’erba e petali di fiori di pesco sui rami… che significa il titolo?
“SPRING IS HERE: la primavera e qui”.
“E questo! Gessica mi ha raccontato che aveva rotto un specchio da borsetta e ha gridato che portava sfortuna, e lui ha raccolto i cocci e poi ha dipinto una principessa e li ha incollati sul diadema, vede come brillano? Cosa c’è scritto?”
“YOU ARE MY QUEEN: sei la mia regina”.
“Che tesoro! Mi ricordo quando ero in casa: arrivava e appoggiava la sacca sulla sedia, tirava fuori i libri, poi apriva la cerniera della patta esterna e piano piano tirava fuori il disegno, con Gessica che cercava di strapparglielo di mano e gridava: che cosa mi hai disegnato stavolta? Sembravano due bambini. Lui glielo faceva sospirare, sollevava il braccio e scappava, con lei dietro e diceva – Indovina, indovina- e lei provava a indovinare e lui – Però devi dirlo in inglese – Sono sicura che l’Albe voleva bene davvero, alla mia Gessica ”.

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“Abbiamo trovato le tue impronte digitali, nell’appartamento di Gessica, in tutte le camere. Non puoi negare di esserci stato”
“Sì, ci sono stato, ma non ho fatto niente di male. Non ho ucciso Gessica. Lo giuro”.
“Tu hai ventitrè anni. Fare sesso con una ragazza di sedici è reato”.
“Io non ho fatto niente. Lo giuro”.
“C’erano le tue impronte sullo specchio”.
“L’avrò toccato una volta che sono stato lì; giocavamo, scherzavamo. Io volevo bene a Gessica, non le avrei fatto del male”.
“Forse è successo che, per gioco, Gessica ha tirato fuori i gioielli di sua madre e te li ha fatti vedere, se li è messi addosso e a te sono piaciuti, li hai presi e, quando lei ha cercato di impedirtelo, tu, per gioco, hai spaccato lo specchio del comò con un pugno e le hai tagliato il collo con una scheggia. E’ andata così?”
“No, no, non l’avrei mai fatto, lo giuro”.
“Stiamo cercando i gioielli dappertutto. Prima o poi salterà fuori il ricettatore che li ha comprati e tu non avrai scampo”.
“Non ho ucciso Gessica e non ho preso i gioielli. Non li ho mai visti e non sapevo che ci fossero, e non li avrei mai rubati”.
“Gessica è stata uccisa alle tre del pomeriggio, e a quell’ora la giostra è chiusa. Tu dov’eri?”
“A casa”.
“Tuo padre era con te?”
“No, mio padre fa il muratore, era al lavoro. La giostra è di mio zio, ma lui non abita con noi. Ero solo”.
“Quindi non puoi dimostrare di non essere stato da Gessica”.
“Non c’ero! Guardi le mani. Se avessi ucciso Gessica con un pezzo di vetro rotto mi sarei tagliato la mano, avrei ancora il segno, e invece guardi, destra e sinistra, non c’è nemmeno un graffio!”
“La scheggia di vetro che è servita da arma era avvolta in un golfino di lana: ti sei protetto la mano con quello per spaccare lo specchio e per colpirla. Poi hai preso il cofanetto nel primo cassetto del comò e sei scappato”.
“Voi mi date la colpa perché sono straniero e voi odiate gli stranieri, ma io non ho fatto niente di male. Volevo bene a Gessica e l’avrei anche sposata, ma lei diceva che sua madre avrebbe preferito vederla morta piuttosto che sposata con me”.

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Sono le due del pomeriggio e l’ispettore Sergio Rivetti è fermo davanti alla scuola di Gessica, in attesa che gli studenti escano alla fine delle lezioni. E’ l’inizio di giugno e fa caldo, si rifugia all’ombra di un ippocastano e si appoggia al tronco, osservando il cancello. Dalle scale emerge all’improvviso la fiumana dei ragazzi, impazienti di uscire. In vestiti leggeri, sudati, vocianti, corrono in strada, verso le fermate dei pullman, verso le macchine in sosta, si fermano in crocchi a parlare, scappano via frettolosi.
Alberto Frigerio è solo. Rivetti si stacca dal tronco, si avvia alla sua volta.
“Buongiorno, ispettore”.
“Ciao, Frigerio. Vorrei scambiare ancora qualche parola con te. Posso offrirti una coca cola?”.
Frigerio lancia un’occhiata al bar davanti a scuola, ai tavolini all’ombra sotto il dehors.
“Va bene, grazie”.
Si accascia su una sedia e appoggia la sacca sull’altra. Sulla terza siede Rivetti.
“La mamma di Gessica ha una grande opinione di te. Mi ha mostrato i disegni che facevi per lei: le tue composizioni”.
Frigerio arrossisce.
“Sono soltanto scarabocchi, che facevo per farla divertire e intanto insegnarle l’inglese”.
“Hai fatto davvero un gran lavoro, con lei, dovevi tenerci molto”.
Il rossore si è diffuso anche sul collo, sul rilevato pomo d’adamo.
“Era una buona amica. L’unica che avevo, in verità: gli altri non mi danno molta corda”.
“Forse qualcosa di più di un’amica”.
“Ma no, cosa le viene in mente? Eravamo soltanto amici e compagni di scuola”.
“L’altra volta eravate soltanto compagni di scuola, ora anche amici e la prossima volta? Da uomo a uomo, c’era qualcosa tra voi?”
Frigerio si alza di scatto e Rivetti lo afferra per un braccio, lo tira giù per costringerlo a sedersi.
“Cosa le viene in mente? Assolutamente no: Gessica era una ragazza a posto”.
“Però tu eri innamorato e lei se la faceva con Jacko.”.
“Non se la faceva con Jacko”.
“Invece sì, e quando l’hai scoperto ti sei voluto vendicare su entrambi. Hai ucciso Gessica e hai rubato i gioielli perché venisse sospettato Jacko. Sapevi che la madre avrebbe incolpato lui. Hai buttato la refurtiva nel fiume, per liberartene: abbiamo ritrovato la collana”.
Frigerio si agita sulla sedia, si torce le mani, tenta di nuovo di alzarsi.
“Non sono stato io. Voglio andare a casa”.
“Un momento solo, prima devo controllare una cosa”.
Rivetti, senza dargli il tempo di reagire, apre la cerniera della tasca esterna della sacca e ne estrae un foglio di carta piegato in molte parti. Alberto cerca di strapparglielo di mano, ma il poliziotto lo allontana con forza, apre il foglio. Dice:
“Questo, però, non sei riuscito a buttarlo nel fiume”.
E’ il disegno di due cuori trafitti, dipinti in rosso, ma sul rosso dell’acquerello c’è uno strato di sostanza scura e grumosa, dall’inconfondibile odore di ruggine, e in cima al foglio c’è il titolo, scritto in inglese: MY BLEEDING HEART.

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